Come questa magnificenza s'acquisti e come umile o mediocre si possa formare
[1] Può nascere la magnificenza da' concetti, dalle parole e dalle composizioni delle parole; e da queste tre parti risulta lo stile e quelle tre forme le quali dicemmo. Concetti non sono altro che imagini delle cose; le quali imagini non hanno soda e reale consistenza in se stesse come le cose, ma nell'animo nostro hanno un certo loro essere imperfetto, e quivi dall'imaginazione sono formate e figurate. La magnificenza de' concetti sarà se si trattarà di cose grandi, come di Dio, del mondo, de gli eroi, di battaglie terrestri, navali, e simili. Per isprimere questa grandezza accommodate saranno quelle figure di sentenze le quali o fanno parer grandi le cose con le circonstanze, come l'ampliazione o le iperboli, che alzano la cosa sopra il vero; o la reticenza che, accennando la cosa e poi tacendola, maggiore la lascia all'imaginazione; o la prosopopeia che con la fizion di persone d'auttorità e riverenza dà auttorità e riverenza alla cosa; e altre simili che non caggiono così di leggieri nelle menti degli uomini ordinarii e che sono atte ad indurvi la meraviglia. Perciochè così proprio del magnifico dicitore è il commover e il rapire gli animi, come dell'umile l'insegnare, e del temperato il dilettare, ancora che e nell'essere mosso e nell'esser insegnato trovi il lettore qualche diletto. Sarà sublime l'elocuzione se le parole saranno non comuni, ma peregrine e dall'uso popolare lontane.
[2] Le parole o sono semplici o sono composte: semplici sono quelle che di voci significanti non son composte; composte quelle che di due significanti, o d'una sì e d'altra no, son composte. E queste sono o proprie, o straniere, o traslate, o d'ornamento, o finte, o allungate, o scorciate, o alterate. Proprie sono quelle che signoreggiano la cosa e che sono usate comunemente da tutti gli abitatori del paese; straniere quelle che appo altra nazione sono in uso; e possono le medesime parole essere e proprie e straniere in rispetto di varie nazioni: chero, naturale a gli Spagnuoli, straniero a noi. Traslazione è imposizione dell'altrui nome. Questa è di quattro maniere: o dal genere alla spezie, o dalla spezie al genere, o dalla spezie alla spezie, o per proporzione. Dal genere alla spezie se daremo il nome di bestia al cavallo; dalla spezie al genere quel che mille opre illustri per un nome generale; dalla spezie alla spezie se diremo che 'l caval voli. Per proporzione sarà in questo modo: l'istessa proporzione che è fra 'l giorno e l'occaso, è fra la vita e la morte. Si potrà dunque dire che l'occaso sia la morte del giorno come disse Dante:
che parea il giorno pianger che si more,
e che la morte sia l'occaso della vita, come:
La vita in su 'l mattin giunse a l'occaso.
Finta è quella parola che, non prima usata, dal poeta si forma: come taratantara, per esprimere e imitare quell'atto. Allungata è quella nella quale o la vocale si fa di breve lunga, come simìle, over s'aggiunge qualche sillaba, come adiviene. Accorciata, per le contrarie cagioni. Mutata sarà quella ove sarà mutata qualche lettera, come despitto in vece di dispetto.
[3] Nasce il sublime e 'l peregrino nell'elocuzione dalle parole straniere, dalle traslate e da tutte quelle che proprie non seranno. Ma da questi stessi fonti ancora nasce l'oscurità, la quale tanto è da schivare quanto nell'eroico si ricerca, oltra la magnificenza, la chiarezza ancora. Però fa di mestieri di giudicio in accoppiare queste straniere con le proprie, sì che ne risulti un composto tutto chiaro, tutto sublime, niente oscuro, niente umile. Dovrà dunque sceglier quelle traslate che avranno più vicinanza con la propria; così le straniere, l'antiche e l'altre simili, e porle fra mezzo a proprie tali che niente del plebeio abbiano. La composizione delle parole non cape in questa nostra lingua; e anco dell'accorciare e allungare si deve ritrarre più che può. Avertiscasi, circa la metafora, che sono da schivare quelle parole che, translate, per necessità del proprio sono fatte plebee. E oltre di ciò, simili parole non siano transportate dalle minori alle maggiori, come dal suono della tromba al tuono, ma dalle maggiori alle minori, come dare al suono della tromba il romore del tuono: chè questo dove mirabilmente inalza, quello altrettanto abbassa e fa vile.
[4] Questo avvertimento si deve ancora avere nelle imagini o, vogliam dire, similitudini; le quali si fanno dalle metafore con l'aggiunta solo di una di queste particelle: come, quasi, in guisa e simili. Comparazione diventa l'imagine tratta in più lungo giro e in più membri; ed è conseglio de' retori che, ove ci pare troppo ardita la metafora, la debbiamo convertire in similitudine. Ma certo si deve lodare l'epico ardito in simili metafore, purchè non trapassi il modo.
[5] Le parole straniere devono essere tratte da quelle lingue che similitudine hanno con la nostra, come la provenzale, la francesa e la spagnola; a queste io aggiungo la latina, pure che a loro si dia la terminazione della favella toscana. Gli aggiunti propii del lirico sono convenevoli all'epico: questi, come poco necessari non usati dall'oratore, come grande ornamento ricevuti dal poeta, sono causa di grande magnificenza.
[6] La composizione, che è la terza parte dello stile, avrà del magnifico se saranno lunghi i periodi e lunghi i membri de' quali il periodo è composto. E per questo la stanza è più capace di questo eroico che 'l terzetto. S'accresce la magnificenza con l'asprezza, la quale nasce da concorso di vocali, da rompimenti di versi, da pienezza di consonanti nelle rime, dallo accrescere il numero nel fine del verso, o con parole sensibili per vigore d'accenti o per pienezza di consonanti. Accresce medesimamente la frequenza delle copule che, come nervi, corrobori l'orazione. Il trasportare alcuna volta i verbi contro l'uso comune, benchè di rado, porta nobiltà all'orazione.
[7] Per non incorrere nel vizio del gonfio, schivi il magnifico dicitore certe minute diligenze, come di fare che membro a membro corrisponda, verbo a verbo, nome a nome; e non solo in quanto al numero, ma in quanto al senso. Schivi gli antiteti come:
tu veloce fanciullo, io vecchio e tardo;
chè tutte queste figure, ove si scopre l'affettazione, sono proprie della mediocrità, e sì come molto dilettano, così nulla movono.
[8] La magnificenza dello stile nasce dalle sopradette cagioni; e da queste stesse, usate fuor di tempo, o da altre somiglianti, nasce la gonfiezza, vizio sì prossimo alla magnificenza. La gonfiezza nasce da i concetti se quelli di troppo gran lunga eccederanno il vero: come che nel sasso lanciato dal Ciclope, mentre era per l'aria portato, vi pascevano suso le capre; e simili. Nasce dalle parole la gonfiezza se si userà parole troppo peregrine o troppo antiche, epiteti non convenienti, metafore che abbiano troppo dell'ardito e dell'audace. Dalla composizione delle parole nascerà la tumidezza se la orazione non solo sarà numerosa, ma sopra modo numerosa, come in assai luoghi le prose del Boccaccio. Il gonfio è simile al glorioso, che de' beni che non ha si gloria, e di quelli che ha usa fuor di proposito. Per che lo stile, magnifico in materie grandi, tratto alle picciole, non più magnifico, ma gonfio sarà detto. Nè è vero che la virtù dell'eloquenza, così oratoria come poetica, consista in dire magnificamente le cose picciole, se bene magnificamente Virgilio ci descrisse la republica dell'api; chè solo per ischerzo lo fece; chè nelle cose serie sempre si ricerca che le parole e la composizione di quelle rispondano a' concetti.
[9] L'umiltà dello stile nasce dalle contrarie cagioni; e prima: umile sarà il concetto se sarà quale a punto suol nascere ne gli animi de gli uomini ordinariamente, e non atto ad indurre meraviglia, ma più tosto all'insegnare accomodato. Umile sarà l'elocuzione se le parole saranno proprie, non peregrine, non nove, non straniere, poche translate, e quelle non con quell'ardire che al magnifico si conviene; pochi epiteti, e più tosto necessarii che per ornamento. Umile sarà la composizione se brevi saranno i periodi e i membri, se l'orazione non avrà tante copule, ma facile se ne correrà secondo l'uso comune, senza trasportare nomi o verbi; se i versi saranno senza rottura; se le desinenze non saranno troppo scelte. Il vizio prossimo a questo è la bassezza. Questa sarà ne' concetti se quelli saranno troppo vili e abietti, e avranno dell'osceno e dello sporco. Bassa sarà l'elocuzione se le parole saranno di contado o popolaresche a fatto. Bassa la composizione se sarà sciolta d'ogni numero, e 'l verso languido a fatto, come:
poi vide Cleopatrà lussuriosa.
[10] Lo stile mediocre è posto fra 'l magnifico e l'umile, e dell'uno e dell'altro partecipa. Questo non nasce dal mescolamento del magnifico e dell'umile che insieme si confondano, ma nasce o quando il sublime si rimette, o l'umile s'inalza. I concetti e l'elocuzioni di questa forma sono quelli che eccedono l'uso comune di ciascuno, ma non portan però tanto di forza e di nerbo quanto nella magnifica si richiede. E quello in che eccede particolarmente l'ordinario modo di favellare è la vaghezza negli essatti e fioriti ornamenti de' concetti e dell'elocuzioni, e nella dolcezza e soavità della composizione; e tutte quelle figure d'una accurata e industriosa diligenza, le quali non ardisce di usare l'umile dicitore, nè degna il magnifico, sono dal mediocre poste in opera. E allora incorre in quel vizio ch'alla lodevole mediocrità è vicino, quando che con la frequente affettazione di sì fatti ornamenti induce sazietà e fastidio. Non ha tanta forza di commover gli animi il mediocre stile quanto ha il magnifico, nè con tanta evidenza il fa capace di ciò ch'egli narra, ma con un soave temperamento maggiormente diletta.
[11] Stando che lo stile sia un instrumento co 'l quale imita il poeta quelle cose che d'imitare si ha proposte, necessaria è in lui l'energia, la quale sì con parole pone inanzi a gli occhi la cosa che pare altrui non di udirla, ma di vederla. E tanto più nell'epopeia è necessaria questa virtù che nella tragedia, quanto che quella è priva dell'aiuto e de gli istrioni e della scena. Nasce questa virtù da una accurata diligenza di descrivere la cosa minutamente, alla quale però è quasi inetta la nostra lingua; benchè in ciò Dante pare che avanzi quasi se stesso, in ciò degno forse d'esser agguagliato ad Omero, principalissimo in ciò in quanto comporta la lingua. Leggasi nel Purgatorio:
Come le pecorelle escon del chiusoad una, a due, a tre, e l'altre stannotimidette atterrando l'occhio e 'l muso;e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,addossandosi a lei, s'ella s'arresta,semplici e quete, e lo perchè non sanno.
Nasce questa virtù quando, introdotto alcuno a parlare, gli si fa fare quei gesti che sono suoi proprii, come:
mi guardò un poco, e poi, quasi sdegnoso.
È necessaria questa diligente narrazione nelle parti patetiche, perochè è principalissimo instrumento di mover l'affetto; e di questo sia essempio tutto il ragionamento del conte Ugolino nell'Inferno. Nasce questa virtù ancora se, descrivendosi alcuno effetto, si descrive ancora quelle circonstanze che l'accompagnano, come, descrivendo il corso della nave, si dirà che l'onda rotta le mormora intorno. Quelle translazioni che mettono la cosa in atto portano seco questa espressione, massime quando è dalle animate alle inanimate, come:
insin che 'l ramovede alla terra tutte le sue spoglie;
Ariosto:
In tanto fugge e si dilegua il lito;
dire la spada vindice, assetata di sangue, empia, crudele, temeraria, e simile. Deriva molte volte l'energia da quelle parole che alla cosa che l'uom vuole esprimere sono naturali.
[12] Che lo stile non nasca dal concetto, ma dalle voci, affermò Dante, e in tanto credette questa opinione esser vera che, per non essere la forma del sonetto atta alla magnificenza, spiegandosi in esso materie grandi, non dovevano essere spiegate magnificamente, ma con umiltà, secondo che è il componimento e la sua qualità. Incontro, i concetti sono il fine e per conseguenza la forma delle parole e delle voci. Ma la forma non deve essere ordinata in grazia della materia, nè pendere da quella, anzi tutto il contrario; adunque i concetti non devono pendere dalle parole, anzi tutto il contrario è vero, che le parole devono pendere da' concetti e prender legge da quelli. La prima si prova perchè ad altro non diede a noi la natura il parlare se non perchè significassimo altrui i concetti dell'animo. La seconda è pur troppo chiara. Seconda ragione: le imagini devono essere simili alla cosa imaginata e imitata; ma le parole sono imagini e imitatrici de' concetti, come dice Aristotele; adunque le parole devono seguitare la natura de' concetti. La prima è assai chiara: chè troppo sconvenevole sarebbe fare una statua di Venere che non la grazia e venustà di Venere, ma la ferocità e robustezza di Marte ci rappresentasse. Terza ragione: se vorremo trovare parte alcuna nel lirico che risponda per proporzione alla favola de gli epici e de' tragici, niun'altra potremo dire che sia se non i concetti, perchè, sì come gli affetti e i costumi si appoggiano su la favola, così nel lirico si appoggia su i concetti. Adunque, sì come in quelli l'anima e la forma loro è la favola, così diremo che la forma in questi lirici siano i concetti. È opinione de' buoni retori antichi che, subito che 'l concetto nasce, nasce con esso lui una sua proprietà naturale di parole e di numeri con la quale dovesse essere vestito; il che se è così, come potrà mai essere che quel concetto, vestito d'altra forma, possa convenientemente apparere? Nè si potrà già mai fare, come disse il Falareo, che in virtù dell'elocuzione «Amore paia una Furia infernale». Chè, per dirla, la qualità delle parole può bene accrescere e diminuire la apparenza del concetto ma non affatto mutarla; chè da due cose nasce ogni carattero di dire cioè da' concetti e dall'elocuzione (per lasciare ora fuori il numero), e non è dubbio che maggiore non sia la virtù de' concetti, come di quelli da cui nasce la forma del dire, che dell'elocuzione. È ben vero che, quando d'altra qualità sono i concetti, d'altra le parole o l'elocuzione, ne nasce quella disconvenevolezza che si vederebbe in uomo di contado vestito di toga lunga da senatore.
[13] Per ischivare adunque questa sconvenevolezza, non deve chi si piglia a trattare concetti grandi nel sonetto (poi che vi ha concesso questo, che è maggiore, negandogli poi quello che è minore), vestire quei concetti di umile elocuzione, come fece pur Dante. Incontro a questo che si è detto, che lo stile nasca da' concetti, si dice: se fosse vero questo, seguirebbe che, trattando il lirico i medesimi concetti che l'epico (come di Dio, degli eroi e simili), lo stile dell'uno e dell'altro fosse il medesimo; ma questo ripugna alla verità, come appare; adunque è falso etc. E si può anco aggiungere che, stando che le cose trattate dall'uno e dall'altro siano le medesme, resta che sia l'elocuzione che faccia differenza di spezie tra l'una e l'altra sorte di poesia, e perciochè da questa, e non da' concetti, nasca lo stile. Si risponde che grandissima differenza è tra le cose, tra i concetti e tra le parole. Cose sono quelle che sono fuori degli animi nostri, e che in se medesime consistono. I concetti sono imagini delle cose che nell'animo nostro ci formiamo variamente, secondo che varia è l'imaginazione degli uomini. Le voci, ultimamente, sono imagini delle imagini: cioè che siano quelle che per via dell'udito rappresentino all'animo nostro i concetti che sono ritratti dalle cose. Se adunque alcuno dirà: lo stile nasce da' concetti; i concetti sono i medesimi dell'eroico e del lirico; adunque il medesimo stile è dell'uno e dell'altro; negherò che l'uno e l'altro tratti i medesimi concetti, se bene alcuna volta trattano le medesime cose.
[14] La materia del lirico non è determinata, perchè, sì come l'oratore spazia per ogni materia a lui proposta con le sue ragioni probabili tratte da' luoghi comuni, così il lirico parimente tratta ogni materia che occorra a lui; ma ne tratta con alcuni concetti che sono suoi propri, non comuni al tragico e all'epico; e da questa varietà de' concetti deriva la varietà dello stile che è fra l'epico e 'l lirico. Nè è vero che quello che constituisce la spezie della poesia lirica sia la dolcezza del numero, la sceltezza delle parole, la vaghezza e lo splendore dell'elocuzione, la pittura de' translati e dell'altre figure, ma è la soavità, la venustà e, per così dirla, la amenità de' concetti; dalle quali condizioni dependono poi quell'altre. E si vede in loro un non so che di ridente, di fiorito e di lascivo, che nell'eroico è disconvenevole, ed è naturale nel lirico. Veggio per essempio come, trattando l'epico e 'l lirico le medesime cose, usino diversi concetti; dalla quale diversità de' concetti ne nasce poi la diversità dello stile che fra loro si vede. Ci descrive Virgilio la bellezza d'una donna nella persona di Dido:
regina ad templum, forma pulcherrima Dido,incessit magna iuvenum stipante caterva.Qualis in Eurotae ripis aut per iuga Cinthiexercet Diana choros etc.
Semplicissimo concetto è quello: forma pulcherrima Dido; hanno alquanto di maggiore ornamento gli altri, ma non tanto che eccedano il decoro dell'eroico. Ma se questa medesima bellezza avesse a descrivere il Petrarca come lirico, non si contenterebbe già di questa purità di concetti, ma direbbe che la terra le ride d'intorno, che si gloria d'esser tocca da' suoi piedi, che l'erbe e i fiori desiderano d'esser calcati da lei, che 'l cielo percosso da' suoi raggi s'infiamma d'onestade, che si rallegra d'esser fatto sereno da gli occhi suoi, che 'l sole si specchia nel suo volto non trovando altrove paragone; e inviterebbe insieme Amore che stesse insieme a contemplare la sua gloria. E da questa varietà di concetti che usasse il lirico, dependerebbe poi la varietà dello stile. Non avrebbe mai usato simili concetti l'epico, che con gran sua lode usa il lirico:
qual fior cadea su 'l lembo,qual su le trecce bionde,ch'oro forbito e perleeran quel dì a vederle;qual si posava in terra, e qual su l'onde;qual con un vago erroregirando parea dir: «Qui regna Amore».
Onde è tassato l'Ariosto ch'usasse simili concetti nel suo Furioso troppo lirici, come:
Amor che m'arde il cor, fa questo vento etc.
[15] Ma veniamo al paragone, e vediamo come abbia lasciate scritte le medesime cose e 'l lirico toscano forse più eccellente d'alcuno latino, e 'l latino epico più d'ogn'altro eccellente. Descrivendo Virgilio l'abito di Venere in forma di cacciatrice, disse:
dederatque comam diffundere ventis.
Nè disse quello che per aventura la maestà eroica non pativa, e che con gran vaghezza dal lirico fu aggiunto dicendo:
Erano i capei d'oro all'aura sparsich'in mille dolci nodi etc.
Si può comportare nell'epico quello:
ambrosiaeque comae divinum vertice odoremspiravere.
Onde troppo lascivo sarebbe stato quell'altro:
e tutto 'l ciel, cantando il suo bel nome,sparser di rose i pargoletti Amori.
Descrive Virgilio l'innamorata Didone che sempre avea fisso il pensiero nel suo amato Enea, e dice:
illum absens absentem auditque videtque.
Arguto certo e grave è questo concetto, ma semplice. Intorno all'istessa materia trova concetti di minor gravità, ma di maggior vaghezza e di maggior ornamento il Petrarca, onde ne riesce la composizion delle parole più dipinta e più fiorita:
Io l'ho più volte (or chi fia che me 'l creda?)nell'acqua chiara e sopra l'erba verdeveduta viva, e nel troncon d'un faggio,e 'n bianca nube sì fatta che Ledaarìa bea detto che sua figlia perde,come stella che 'l sol copre co 'l raggio.
E di sì fatti concetti sovra l'istessa cosa si vede ripiena tutta la canzone:
In quella parte dove Amor mi sprona.
Con concetti ordinarii è da Virgilio descritto il pianto di Didone, onde le parole sono anco comuni:
Sic effata, sinum lachrimis implevit obortis.
Molto maggior ornamento di concetti cerca nel duodecimo, descrivendo il pianto di Lavinia, e con maggior ornamenti di parole lo spiega:
Accepit vocem lachrimis Lavinia matrisflagrantes perfusa genas, cui plurimus ignemsubiecit rubor et calefacta per ora cucurrit.Indum sanguineo veluti violaverit ostroi quis ebur vel mixta rubent ubi lilia multaalba rosa; tales virgo dabat ore colores.
Fioriti concetti sono questi, e quasi vicini al lirico; ma non sì che non siano assai più ridenti quegli altri:
perle e rose vermiglie, ove l'accoltodolor formava voci ardenti e belle;fiamma i sospir, le lagrime cristallo.
E questo ultimo per aventura da Virgilio non saria stato ammesso. Nè meno quelli:
Amor, senno, valor, pietade e dogliafacean piangendo un più dolce concentod'ogni altro che nel mondo udir si soglia;ed era il cielo all'armonia sì intentoche non si vedea in ramo mover foglia,tanta dolcezza avea pien l'aere e 'l vento.
Semplicissimi concetti son quelli di Virgilio nel descrivere il sorger dell'aurora:
humentes Aurora polo dimoverat umbras;
e
Oceanum interea surgens Aurora reliquit.
Descrivendo la medesima cosa, il Petrarca va cercando ogni amenità di concetti, e quali sono i concetti, tali ritrova le parole:
Il cantar novo e 'l pianger de gli augelliin su 'l dì fanno risentir le valli,e 'l mormorar di liquidi cristalligiù per lucidi, freschi rivi e snelli.Quella etc.
[16] Appare dunque che la diversità dello stile nasce dalla diversità de' concetti, i quali sono diversi nel lirico e nell'epico, e diversamente spiegati. Nè si conclude che da' concetti non nascano gli stili perchè, trattando i medesimi concetti il lirico e l'epico, diversi nondimeno siano gli stili; perchè non vale: tratta le medesime cose, adunque tratta i medesimi concetti, come di sopra dichiarammo; chè ben si può trattare la medesima cosa con diversi concetti. E perchè più appaia la verità di tutto questo, veggasi come lo stile dell'epico, quando tratta concetti lirici (e questo non determino io già se s'abbia da fare), tutto lirico si faccia; veggasi come ameno, come vago, come fiorito è l'Ariosto quando disse:
Era il bel viso suo, qual esser suole,
con quello che seguita. Chè in effetto, usando quei concetti sì ameni, ne venne lo stile sì lirico che forse più non si potria desiderare. Veggasi parimente in Virgilio come, usando concetti dolci e pieni d'amenità, vestitili poi di quella vaghezza d'elocuzione, ne risultò lo stile mediocre e fiorito. Leggasi nel quarto la descrizione della notte:
Nox erat, et placidum etc.
La qual materia con medesimi concetti, cioè ameni, trattò il Petrarca in quel sonetto:
Or che 'l cielo e la terra e 'l vento tace,
dove, per non vi essere dissimilitudine di concetti, non v'è anco dissimilitudine di stile. E quinci si raccolga che, se 'l lirico e l'epico trattasse le medesme cose co' medesimi concetti, ne risulterebbe che lo stile dell'uno e dell'altro fosse il medesimo.
[17] Si ha adunque che lo stile nasce da' concetti, e da' concetti parimente le qualità del verso: cioè che siano o gravi, o umili etc. Il che si può anco cavare da Vergilio, che umile, mediocre e magnifico fece il medesimo verso con la varietà de' concetti. Che se dalla qualità del verso si determinassero i concetti, avria trattato con l'essametro, nato per sua natura alla gravità, le cose pastorali con magnificenza. Nè si dubiti perchè alcuna volta usi il lirico la magnifica forma di dire, l'epico la mediocre e l'umile; perchè la determinazione della cosa si fa sempre da quella parte che signoreggia, ed hassi prima riguardo a quello che viene ad essere intenzione principale. Onde, benchè l'epico usi alcuna volta lo stile mediocre, non deve per questo essere che lo stile suo non debba essere detto magnifico, come quello che è principalissimo di lui; così del lirico ancora, senza alcuna controversia, potremo dire.