Lettera n. 290
- Mittente
- Tasso, Torquato
- Destinatario
- Ardizio, Curzio
- Data
- 27 giugno 1584
- Luogo di partenza
- Ferrara
- Luogo di arrivo
- Mantova
- Lingua
- italiano
- Incipit
- Una certa mia natural vergogna è cagione c'a gli amici
- Regesto
Tasso si rivolge al pesarese Curzio Ardizio rifiutando la proposta di scrivere «alcune stanze sovra la corte" e argomentando nel seguito della lettera la sua scelta. A non poter comporre «in biasimo della corte» lo inducono in parte l'«affetto de l'animo" ma soprattutto la «ragione», terreno comune all'interlocutore per le successive considerazioni. Spiega infatti di essere più incline all'adulazione che alle critiche acerbe e la disapprovazione dei principi e della corte sarebbe altamente disdicevole, dal momento che lui stesso non conosce luogo più consono al valore e nessun miglior «giudice o maestro» del principe. Riferimento illustre per la questione è il Cortigiano di Baldassarre Castiglione, e il ritratto in esso eseguito della perfetta corte e del perfetto principe, presupposti per un perfetto cortigiano. Il poeta rapporta Cortigiano e Ciropedia ragionando sulla sovrapposizione tra vero storico e trasposizione ideale, sostenendo la maggiore aderenza dei personaggi di Castiglione all'idea che esso ne forma. Tasso ricorda altri personaggi della realtà storica contemporanea al Castiglione, tra cui i duchi ferraresi Ercole I e Alfonso I, il cui carattere modellizzante avrebbe permesso a un bravo scrittore di delineare un ritratto ideale «senza ornar la verità di alcuna manifesta menzogna». Ricorda l'onore ricevuto in passato dal duca Guidobaldo II (Della Rovere, presso cui Bernardo e Torquato avevano soggiornato tra il 1556 e il 1557), e l'affetto derivatone, ragion per cui vorrebbe esaltarne la memoria «co 'l formar un Cortigiano», proposito che non può attuarsi a causa della compiutezza del precedente illustre. Testimone della filiera di ragionamenti presenti nel trattato è il conte Camillo, figlio di Baldassarre Castiglione.
Dopo aver tessuto l'elogio del trattato, il poeta torna alla ragione esposta nell'incipit della missiva: la sua volontà è quella di onorare le corti, sebbene sia consapevole di uno snaturamento di queste dai tempi del Castiglione. Oltre a non voler scrivere qualcosa che possa dispiacere, non vuole nemmeno utilizzare un certo tono amaro, che invaliderebbe non solo il prossimo, ma anche «l'amor di se stesso». Inizia a questo punto una riflessione teoretica sull'amor proprio e le sue implicazioni: il poeta non crede sia vero che i vizi provengano dall'amore rivolto verso di se e porta a sostegno l'autorità dantesca (Purgatorio, XVIII). Se tutti gli amori hanno origine dall'amore diretto a se, lo stesso si può applicare anche alle virtù. Giudicando valide le tesi esposte, bisogna considerare il sentimento rivolto alla propria soggettività come radice non di tutti i mali, ma di tutti i beni. Terminata la breve dissertazione sull'amor proprio l'autore la declina nell'universo corte: i cortigiani sono «amatori di se stessi", desiderando il proprio bene, che non risiede nelle ricchezze ma ne «l'onesto e il sapere». Le naturali inclinazioni a una ricchezza dottrinale e disinteressata sono però affiancate, nel caso specifico, alla consapevolezza che senza ricchezza, onore e gloria difficilmente il cortigiano può trovare piena felicità. Il cortigiano ideale che formò Castiglione non desidererebbe applicare alcun malvagio artificio per acquistare glora o onori: Tasso ribadisce che nella realtà storica si può comunque ritrovare un folto gruppo di uomini di corte tali da risultare difficile distinguerli dall'idea, ancor più difficile di quanto sarebbe stato ai tempi di Numa Pompilio individuare lo scudo sacro caduto dal cielo tra quelli che con maestria furono fabbricati a sua imitazione. Con un modulo consueto, Tasso dialogizza la lettera formulando la domanda che potrebbe muovere l'interlocutore, ovvero se sia sua volontà che il principe venga ingannato così da giudicare i vizi quali virtù. Il poeta risponde condannando l'inganno ma discolpando la consuetudine a onorare con il nome di virtù alcune disposizioni, come l'avidità di gloria, la temerarietà, la prodigalità, che facilmente possono essere avvicinate alla magnanimità, alla fortezza e alla liberalità. A dimostrazione del sottile confine tra vizi e virtù, il poeta ricorda come nella stagione eroica, che offrì vasta materia ai poeti, Ercole, Teseo, Giasone, Tideo e Achille fossero ricolmi non tanto di virtù, quanto di di questi 'affetti' smoderati. Tasso dichiara che se nei tempi correnti si trovassero tali uomini, ci sarebbe per i posteri occasione di poetare. Esorta dunque l'Ardizio a non rimanere muto, ma a scrivere e discorrere in maniera tale che le narrazioni non siano ritenute più lontante dal vero di quello che a Tasso era parso il ritratto del principe di Geneve (Carlo Emanuele di Savoia-Nemours, che tra il gennaio e il febbraio dell'81 era passato per Ferrara) eseguito da Curzio. Aggiunge di non poter scrivere a proposito del ritratto della principessa di Parma, non avendola mai vista di persona. Lodando la verosimiglianza dei ritratti, Tasso invita l'amico a prendere a soggetto il suo principe (Guglielmo Gonzaga), avendo per questo molte più ragioni di quelle presentate al poeta per il «biasmo de le corti». Si dichiara infine sempre pronto ad onorare Vincenzo Gonzaga e la sua corte e si compiace che sia stato raccomandato alla sorella (Margherita Gonzaga, moglie di Alfonso d'Este). Ricorda la promesse che a nome del Gonzaga fece il signor Marcello Donati (consigliere del principe). Preferisce che Curzio Ardizio non parli di alcuni «pochi denari con il principe, ma lo invita a comunicare la questione al signor Donati. Si congeda domandando all'interlocutore di ricordare al principe che Tasso è ancora in attesa della copia, o dell'autografo stesso, di un dialogo che aveva precedentemente consegnato al Gonzaga (il Messaggiero).
- Testimoni
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Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Est. It. 732 = alfa.S.8.13, lettera n. 88, cc. 69r-74r
Copia, manoscritto di altra mano.Manoscritto, mm 305 x 209.Indirizzo presente.
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Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 10976, lettera n. 88, cc. 67v-71v
Copia, manoscritto di altra mano.Unità di manoscritto composito.
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Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Est. It. 732 = alfa.S.8.13, lettera n. 88, cc. 69r-74r
- Edizioni
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- Tasso 1735-1742, lettera n. 76, X, pp. 289-293
- Tasso 1852-1855, lettera n. 290, II, pp. 278-283
- Bibliografia
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- Solerti 1895 = Angelo Solerti, Vita di Torquato Tasso, Milano-Roma, Loescher, 1895, p.352
- Girardi 2016 = Maria Teresa Girardi, Le lettere non 'poetiche' di Tasso come luogo di riflessione poetica, in Ricerche sulle lettere di Torquato Tasso, a cura di Clizia Carminati ed Emilio Russo, Sarnico, Edizioni Archilet, 2016, pp. 25-43
- Quondam 2021 = Amedeo Quondam, «Nato ed allevato in Corte»: Torquato Tasso, in «Librosdelacorte», n. 22, 2021, pp. 399-423, p. 401
- Opere citate
Scheda di Carolina Truzzi | Ultima modifica: 11 gennaio 2024
Permalink: https://www.torquatotasso.org/lettere/290